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5. Storia«Dal chiostro al secolo»:Sacile e le soppressioni napoleoniche (1806-1810)di Stefania MiottoRicorrono ormai duecento anni dalle ultimesoppressioni di congregazioni religiose cheinteressarono Sacile, determinando la scomparsa diinsediamenti conventuali che avevano improntatola vita spirituale della cittadina, contribuito allaformazione dei ceti abbienti e incentivato laproduzione artistica con la commissione di pregevolidipinti, sculture, arredi sacri.Agli inizi del xix secolo (Fig. 1), solo due erano iconventi ancora attivi in città, San Francesco dei padriCappuccini1 e Sant’Antonio abate delle monacheDomenicane,2 che una rilevazione austriaca ci diceabitati rispettivamente da 10 frati e 26 consorelle.3I Francescani Conventuali4 (Fig. 2) stabilitisi a Sacilenel 1520,5 anno in cui la Comunità e la Fraternadi San Rocco donavano loro la chiesa dedicata alsanto protettore dalla peste, avevano abbandonatol’insediamento già nel sesto decennio del Seicento:al pari dei Serviti di Portobuffolè e Porcia, per citareesempi geograficamente limitrofi, la dipartita avvenivain seguito alla soppressione dei conventini concessada papa Alessandro VII a Venezia, finalizzata allavendita dei beni religiosi per sostenere la guerra antiottomana (1656).A loro volta, i padri Eremitani di Sant’Agostino,6subentrati nel 1443 nella chiesa e annesso monasterodi Santa Maria degli Angeli, in precedenza appartenutoalle monache Umiliate, avevano costituito una presenzaimportante in città, non riuscendo tuttavia ad evitarela scure delle soppressioni decretate dal Senato Venetonella seconda metà del xviii secolo.Atta a razionalizzare la presenza monastica nelterritorio della Serenissima, l’onda giurisdizionalistasollevata dall’acceso dibattito sulla presenza sempremeno tollerata, all’interno dello Stato, di “isole”giuridicamente ed economicamente autonome qualii conventi, aveva determinato tra il 1767 e il 1772 lacancellazione di 179 istituti religiosi su 441 esistenti.7Gli Agostiniani scomparivano così, oltre che da Sacile,anche da Spilimbergo, Venzone e Latisana, riparandopresso altri conventi scampati alla buriana; sorteanaloga subivano i Minori Conventuali costretti alasciare Pordenone, Polcenigo e Serravalle, i MinoriOsservanti Conegliano e Coltura di Polcenigo, i padriServiti Brugnera e Oderzo, mentre lo Stato veneto,incamerati i beni di proprietà degli enti religiosisoppressi, provvedeva successivamente alla loro vendita.Le seguenti ed ultime soppressioni si verificarononell’età napoleonica,8 quando il Ducato di Venezia,che era stato ceduto all’Austria con il trattato diCampoformido nel 1797, passò alla Francia in seguitoalla pace di Presburgo firmata il 26 dicembre 1805e nel marzo dell’anno successivo venne aggregatoal Regno Italico. Agli ex territori veneziani furonoestese le disposizioni napoleoniche del giugno1805, aventi per oggetto «l’organizzazione del clerosecolare, regolare e delle monache»: il 28 luglio 1806un dettagliato decreto emesso dal viceré EugenioFig. 1 - Sacile, Santa Maria degli Angeli ormai adibita a magazzinocomunale (n. 1487) e San Francesco (lettera D) nella mappa del 1807(da Palazzo Ettoreo. Storia di una dimora nobile a Sacile dal XVI secoload oggi, Pordenone 2009).83La Loggia

5. Storiadi Beauharnais determinava la drastica riduzione,attraverso un piano sistematico di concentrazione, delnumero delle corporazioni religiose dei dipartimentiveneti.9In una Sacile ridotta allo stremo da anni di operazionibelliche sul proprio territorio, rapaci requisizioniper l’esercito e inevitabili carestie, anche i dueconventi esistenti di San Francesco dei Cappuccini eSant’Antonio abate delle Domenicane versavano incondizioni alquanto precarie. Nel dicembre 1805 lemonache avevano ottenuto dalla Rappresentanza diSacile di essere esentate dal pagamento dell’impostafondiaria, spiegando che il loro convento era «poverodi stato per debiti, e per redditi pressoché tutti incontante, che offrono un’impossibilità di reggere afronte dell’attuale incarimento dei generi di primanecessità [ ] si aggiungono le difficoltà, ridotte sinoagli estremi, per conseguire gli annuj redditi, stanteche questi sono per la massima parte passivi a poverivillici di questi contorni, [ ] e tutti in notorio verostato d’angustia»,10 accenti drammatici confermatinel gennaio dell’anno successivo dal padre guardianodei Cappuccini, il quale supplicava per i suoi religiosi«che gli sia dato un poco di pane, trovandosi in gravebisogno».11In attuazione alle disposizioni governative, il conventodi San Francesco fu aggregato a quello della SantissimaTrinità di Treviso, mentre quello di Sant’Antonioabate, nato nel 1677 per filiazione dal monasterodi Santa Maria Maddalena di Oderzo, lo stesso dalquale erano partite nel 1643 le monache che avevanoaperto il convento dei Santi Rocco e Domenico diConegliano,12 veniva unito a quest’ultimo.Nel secondo caso non dovette trattarsi di un traslocomodesto, se nell’ottobre 1806 il Regio Suddelegatodi Polizia chiedeva alla Municipalità di Sacile «perlo meno trenta carri da approntarsi [ ] ad usodel carico delle mobilie che sono accordate allemonache», invitando a «far distribuire il ripporto allivillici del vostro Distretto, o altrimenti col demandarla commissione al vostro Commissariato alli Cariaggi,come troverete meglio, onde non manchi ne ilnumero, ne la esatezza, per l’indicato servizio».13Gli otto frati cappuccini di San Francesco avevanoinvece temporeggiato, procrastinando la loro partenzae continuando a svolgere regolarmente le proprieattività, tanto che in data 5 aprile 1808 il «sindicospirituale» Bernardino Pivos14 riceveva dal parrocoFig. 2 - Sacile, la chiesa di San Rocco e le sue adiacenze in un disegnomappale della seconda metà del XVI secolo (da G. Zoccoletto, Leggiemanate per Sacile dalla RepubblicaVeneta, Pordenone 1993).di Dardago don Leonardo Bortolussi15 55 lire qualecauzione per il prestito di undici libri appartenenti allabiblioteca del convento sacilese.16Agli inizi del 1810 perciò, si trovavano ancora nelloro convento, come d’altra parte accadeva anche allemonache Agostiniane di Santa Maria degli Angeli diPordenone e ai padri Barnabiti di Serravalle. In data25 aprile dello stesso fatidico anno, un altro decreto17interveniva però ad azzerare irreversibilmente lasituazione, determinando lo scioglimento definitivodi tutte le forme di associazione religiosa nondirettamente sottoposte all’autorità vescovile: ireligiosi furono pertanto obbligati ad un forzato“ritorno al secolo” (che significò in buona parte deicasi il ritiro nelle proprie famiglie d’origine), conl’obbligo di dismettere l’abito del proprio Ordinedi appartenenza entro dieci giorni dall’arrivo nelladestinazione prescelta.In data 24 giugno 1810 il Vice Prefetto di Spilimbergoscriveva dunque al Podestà di Sacile ColombanoFrezza18 invitandolo a rispettare le seguentidisposizioni: «Qualunque individuo arrivi alla suaComune sia uomo, che donna delli Soppressi Religiosisotto la sua più stretta responsabilità dovrà chiamarloalla sua presenza interrogandolo quale Religioneprofessava, da dove venisse [ ] se ha intenzione ditrasferirsi in Paese, ed in caso contrario dove vorrebbetrasferirsi di permanenza».19Gli arrivi non si fecero attendere: nel mese successivoben quattro monache dell’Ordine di San Domenico,provenienti dal convento di San Rocco di Conegliano84La Loggia

5. Storia(ma in precedenza appartenute a quello sacilese diSant’Antonio abate) scelsero di riparare in città.Nessuna di esse venne interrogata però dal Podestà,comparendo al loro posto padri, fratelli o comunquepersone di sesso maschile che avevano offertoospitalità in un momento così drammatico per lecongregazioni religiose: l’Esattore del ComuneGirolamo Glorialanza20 per la figlia Regina (suorMaria Diletta), Bernardino Pivos e Asdrubale Carliper le rispettive sorelle Rosana e Claudia (suor MariaCherubina e suor Maria Maddalena), nonché AndreaOvio che aveva accolto nella propria casa suor MariaElena, al secolo Laura Tassini21 nativa di Venezia.Si era presentato invece di persona Giovanni Piovesana(fra Alvise) proveniente dal convento dei MinoriCappuccini di Verona, nativo di Sacile, dichiarando divolersi fermare nella sua famiglia.Chiese di potersi trattenere in città anche l’anzianopadre Andrea Dorizzi (Luigi Maria da Schio), ultimoguardiano dei Cappuccini di Sacile, che mancava dalsuo paese d’origine da oltre mezzo secolo e «perassoluta mancanza di parenti si ritrova nella necessitàd’approfittare d’un Benevolo della Comune che glioffre mezzo di ricovero», il Consigliere comunaleDomenico Doro: messo al corrente della situazione,il Prefetto del Tagliamento di Treviso gli concedevapertanto «senza recarsi previamente a Schio suapatria» di ritornare a Sacile, dove avrebbe continuatoa celebrare quotidianamente in San Francesco fino allamorte, avvenuta nel 1827.A tutti i religiosi provenienti da istituzioni soppresse ildecreto 25 aprile 1810 assegnava una pensione, previapresentazione della fede di nascita e iscrizione allaCassa di Finanza del proprio Dipartimento, documentiche ci permettono di ricostruire almeno parzialmente“l’organico” dei conventi studiati. Oltre a padreDorizzi, altri cinque frati dichiaravano di trovarsi aSacile al momento della soppressione, pur precisandoche «l’Ordine dei Cappuccini non assegnava alcunConvento ai suoi alievi per proprio e stabile, dovendosempre cambiarsi, e trasferirsi in que’ Conventi, chedal superiore venivano di volta in volta assegnati»:22Giovanni Calloi (fra Andrea) di Verona, VincenzoLazara di Paluzza (fra Agostino della Cargna), GiovanniZanni di Faedis, Felice Fortunato Cester (fra Bernardoda Chiozza) e Girolamo Paolo Selva (fra Arcangeloda Venezia), che già nell’agosto 1810 aveva trovatosistemazione nella città d’origine, dove a detta delCancelliere Patriarcale Capitolare «serve attualmentela Chiesa Parrochiale di S. Margarita»; da altra fonte23sappiamo che nel 1810 i frati sacilesi erano otto(«entrati a pensione 7 »), di cui cinque religiosi, dueconversi e un terziario, che in quanto tale aveva dirittoa « 100 per una sola volta».24Al monastero di Sant’Antonio abate di Sacile esibivanoinvece la loro passata appartenenza, prima delforzato accorpamento a Conegliano, 11 coriste e seiconverse, per un totale di 17 monache su 35 presentiin San Rocco nel 1810:25 di età oscillante tra i 28 ei 68 anni e diversa provenienza (cinque da Sacile, lerestanti dalle vicine Aviano, Ceneda, Conegliano,Oderzo e dintorni, ad esclusione di quattro presenzeda Cividale, una da Tricesimo e una da Venezia),erano entrate in media nel convento intorno ai18 -19 anni, mentre tra la vestizione e la professioneera intercorso nella maggior parte dei casi un annoesatto. Oltre alle già nominate Regina Glorialanza,Rosana Pivos, Claudia Carli e Laura Tassini, percitarne alcune, vale la pena nominare le sorelle Annae Maria Teresa Ellero di Aviano, Antonia, Graziosa eLodovica Paciani (Paziani) di Cividale, Teresa e LucietaFig. 3 - Sacile, la chiesa di Sant’Antonio abate (lettera Q) e il conventoormai demanializzato (n. 1727) nella mappa del 1807 (da PalazzoEttoreo, Pordenone 2009).85La Loggia

5. StoriaDiverso fu il destino dei luoghi sacri e annessiconventi sacilesi che avevano visto l’alba del xixsecolo. Forse praticata ancora per qualche tempo(è infatti contrassegnata come edificio sacro nellamappa del Catasto Napoleonico risalente al 1807),28la piccola chiesa di Sant’Antonio abate (Fig. 3) finìpoi ridotta a stalla e di seguito demolita nei lavoridi realizzazione di un nuovo prospetto dell’exconvento verso la strada:29 arduo risalire alle opered’arte in essa conservate, anche se plausibilmentele appartenevano gli assorti simulacri lignei30 delfondatore dell’Ordine domenicano e del titolare, oggiin duomo (Fig. 4).San Francesco continuò invece ad essere apertastabilmente al culto e il 31 luglio 1810 il DelegatoPrefettizio alla soppressione del convento ColombanoFrezza, coadiuvato dall’ultimo padre guardianoDorizzi e dall’impiegato d’ufficio Candiani, stilavasu richiesta del Prefetto del Dipartimento delTagliamento (al quale il Cantone di Sacile appartenevadal dicembre 1807) il primo inventario degli arredisacri in nostro possesso.31 Il pezzo più importante erasicuramente la pala dell’altar maggiore raffiguranteSan Francesco, dal momento che «appiedi della stessasi legge scritto in latino Jacobus Palma»: un dipinto,quindi, frutto del prolifico pennello di JacopoNegretti detto Palma il Giovane, che per il duomodi San Nicolò aveva realizzato anche la Madonnadel Rosario «lavoro (post 1610) di tutta maniera perimpianto, distribuzione dei personaggi e dei “misteri”,gestualità, effetti cromatici»,32 oggi collocato nellasagrestia del tempio cittadino.33 A ragione dunque,il biografo seicentesco Ridolfi poteva sostenereche a Sacile «due ve ne sono pure del Palma»34:nel corso dell’Ottocento l’opera in San Francescoveniva però dispersa,35 forse durante l’interventodi ristrutturazione promosso negli anni Trenta dalsacerdote subentrato al Dorizzi, don FrancescoGasperotto, il quale con l’aiuto dei devoti e conmateriali del Comune «diede di piglio a ristaurarequel Sacro edifizio», lo fornì di nuovi arredi e«rinnovò la palla, mentre la precedente erasi tuttalogorata».36Proseguendo nell’inventario, il Frezza elencava trepale dedicate ai primi santi dell’Ordine cappuccino:37«una di S. Fedele da Simmaringa, l’altra di S. Giuseppeda Leonessa» senza altare e infine, di piccoledimensioni,«San Felice su altare», opere che «nonFig. 4 - Intagliatore friulano, San Domenico e Sant’Antonio abate,prima metà del xviii secolo. Sacile, duomo di San Nicolò.Bianchi di Rai (ora frazione di San Polo), a riprovadell’uso consolidato di destinare allo stesso chiostropiù esponenti della medesima famiglia: messo insalvo il patrimonio da eccessive frammentazioni, ilegami parentali potevano forse alleviare il peso di una“scelta” spesso non indotta da una sentita e spontaneavocazione.Atte a riformare le strutture ecclesiastiche peradeguar